Produzione di piantine per il trapianto sul sito d’azione, in collaborazione con Veneto Agricoltura
Produzione di piantine per il trapianto sul sito d’azione
Nell’ambito del progetto europeo WaterLANDS, l’associazione We are here Venice è impegnata nel ripristino e nel rafforzamento della resilienza delle barene artificiali in Laguna di Venezia. Un pilastro fondamentale dell'intervento riguarda la piantumazione su larga scala di specie alofile, piante autoctone in grado di tollerare l'elevata salinità dell'ambiente salmastro. Per il reperimento e la produzione delle migliaia di esemplari previsti dal progetto, è nata un'importante sinergia con Veneto Agricoltura. Alvise Maria Gastaldi ne ha parlato con il Dott. R. Fiorentin (Responsabile del Centro per la Biodiversità Vegetale), che ne ha illustrato gli obiettivi, il lavoro sul campo e i primi frutti di questa collaborazione. Riproponiamo di seguito un estratto dell’intervista con in apertura le parole del Dott. F. Canér, Direttore dell'Agenzia veneta per l'innovazione nel settore primario.
AG: Buongiorno dottor Canèr, per il tipo di attività che svolgiamo in seno al progetto WaterLands, noi conosciamo la vostra Agenzia soprattutto per il lavoro che svolge nel settore della conservazione della biodiversità vegetale regionale. Ma sappiamo che si occupa anche di molte altre cose.
FC: Certo. Siamo un’agenzia della Regione del Veneto incaricata di gestire il patrimonio di terreni agricoli e forestali di proprietà regionale, come ad esempio le foreste demaniali, ma anche di eseguire i lavori di sistemazione idraulico-forestale. Supportiamo poi le politiche regionali nell'ambito del settore primario: il nostro scopo è favorire il trasferimento dell’innovazione alle imprese agricole, forestali ed ittiche, in modo da sostenerne la competitività, in armonia con la sostenibilità ambientale. Preservare la biodiversità del nostro territorio infine rientra pienamente tra i nostri obiettivi istituzionali: per quanto riguarda le piante, perseguiamo questo obiettivo non solo con la gestione dei territori che ci sono assegnati, ma anche con l’attività dei nostri vivai, che avete avuto modo di conoscere direttamente.
AG: Buongiorno dott. Fiorentin, potrebbe spiegare brevemente chi siete e di cosa vi occupate?
RF: Siamo il Centro Biodiversità Vegetale e Forestale dell’Agenzia regionale per l’agricoltura. L’Agenzia regionale opera in vari settori — agricolo, agroalimentare e forestale — ma tra gli articoli della legge istitutiva figura anche la conservazione della biodiversità di interesse naturalistico. Come struttura che gestisce vivai, interpretiamo e attiviamo questa indicazione istituzionale moltiplicando piante autoctone, con una particolare attenzione alla biodiversità intraspecifica, cioè alla biodiversità genetica delle popolazioni delle piante. [...]
AG: La vostra produzione di una pianta autoctona parte dal campo, dalla raccolta dei semi?
RF: Esatto. Questa è forse la parte più peculiare, più tipica di un’agenzia pubblica che ha una missione non commerciale. La raccolta dei semi in campo richiede una serie di competenze: richiede conoscenza botanica e capacità di riconoscere le specie target; richiede anche la disponibilità a uscire più volte sul campo, perché specialmente per specie nuove non è detto che si riesca a individuare subito il momento giusto.
Naturalmente c’è la letteratura, che si legge prima di partire, ma il momento della fruttificazione varia in base al clima, quindi bisogna adattarsi. È una parte anche molto affascinante.
Questa fase caratterizza tutto il lavoro vivaistico che facciamo come Agenzia per la conservazione delle piante autoctone. Salvo rari casi, produciamo tutte le piante a partire dal seme. La raccolta del seme, con tutta la sua varietà e con tutta la variabilità dei pretrattamenti necessari per la germinazione, è proprio una parte centrale di questo lavoro.
AG: So che avete creato una sorta di certificazione di “pianta nativa”. Vorrei chiederle qual è l’iter per arrivare ad avere una pianta nativa nel vostro centro.
Ad esempio le piante da voi forniteci per le attività WaterLANDS, sono classificate come piante native?
RF: Sì, possiamo dirlo! “Pianta nativa / biodiversità” è un marchio registrato di proprietà di Veneto Agricoltura: lo abbiamo depositato al Ministero e ne siamo titolari.
Il marchio è basato su una certificazione che rintraccia l’origine del materiale vegetale che propaghiamo. [...]
AG: Quando avete cominciato?
RF: Abbiamo iniziato a elaborarlo diversi anni fa, ma il marchio è operativo soltanto da due anni.
AG: Perché nei progetti di ripristino ambientale è importante utilizzare questa tipologia di individui vegetali certificati?
RF: Perché le piante non sono una merce come un’altra. Sono organismi viventi dotati di un patrimonio genetico specifico.
Questo patrimonio genetico sottende molte cose. Il primo fattore è l’adattamento alle condizioni locali. Utilizzare materiali di provenienza non conosciuta — o, peggio, non idonea — può dare luogo, una volta realizzato l’impianto, a fenomeni di maladattamento. Questo avviene perché alcuni geni assumono specifiche competenze, chiamiamole così, nei confronti dei fattori ambientali.
C’è poi un aspetto spesso trascurato: i rapporti delle piante con la comunità vivente circostante, sia vegetale — quindi rapporti di competizione — sia animale, sia fungina. Molto spesso anche questi rapporti sono regolati dal corredo genetico.
La variabilità genetica tra popolazioni va quindi rispettata. Se la si movimenta senza conoscerla, non si sa quali effetti possa avere nel lungo periodo sull’ecosistema che si vuole ripristinare, introducendo una componente genetica che non è stata selezionata da quel complesso di fattori ambientali. [...]
AG: Parlando della nostra collaborazione: è stata la prima volta che vi siete occupati di specie alofile tipiche dell’ambiente lagunare?
RF: Sì, è stata la prima volta. E, come sempre, la prima volta è bella e non si scorda mai. Noi moltiplichiamo molte specie vegetali e una delle cose più affascinanti è cimentarsi in cose nuove, in ambienti diversi.
L’ambiente lagunare, poi, è tra i più affascinanti. Tra l’altro, al grande pubblico e a chi non è addetto ai lavori questo aspetto può sfuggire, ma le barene sono probabilmente l’ultimo habitat naturale della pianura veneta ad essere così esteso. Pur essendo inevitabilmente condizionate da una lunga attività umana, estensioni di quel tipo — né di boschi di pianura, né di prati umidi di pianura, né di altri biotopi di pianura — non ce ne sono nella nostra regione. Probabilmente anche da questo deriva, in parte, il fascino di questi ambienti.
È stata una cosa nuova e non è andata male, quantomeno a livello vivaistico, che è quello di cui ci stiamo occupando.
AG: Essendo una novità anche metodologica, ci sono stati accorgimenti particolari che avete dovuto adottare rispetto alla produzione di specie tipiche dell’entroterra?
RF: La cosa più sfidante, almeno per alcune specie, è stata capire come fossero fatti i semi, dove fossero nascosti, in quale parte della pianta si celassero, perché non erano così evidenti. Questo è stato interessante per Halimione portulacoides e anche per Sarcocornia.
Per il resto, devo dire che gli accorgimenti non sono stati molto diversi da quelli che normalmente adottiamo per le specie igrofile di acqua dolce. [...]
AG: I risultati ottenuti vi hanno soddisfatto? Ci sono state specie che vi hanno dato più soddisfazione di altre, o altre che magari non sono andate come sperato?
RF: La minore soddisfazione, per ora, l’abbiamo avuta dalla Sarcocornia. Probabilmente per qualche difetto nella raccolta del seme, o per una scarsa disponibilità di seme, abbiamo pochi individui.
Per il resto è stato tutto piuttosto interessante e soddisfacente. Mi colpisce molto la vigoria della graminacea, la Puccinellia festuciformis. È interessante anche perché una parte di queste specie, che ha proprietà nutrizionali, officinali e foraggere — tra cui proprio la Puccinellia — potrebbe rivelarsi preziosa già adesso e nei prossimi anni, anche dal punto di vista agronomico.
[...]
Ci sono quindi sviluppi possibili. Da un progetto come quello di cui parliamo oggi, mirato specificamente al ripristino delle barene, si può anche imparare un’arte che poi può essere applicata e replicata in contesti diversi, legati, per esempio, all’agricoltura sostenibile.
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